Lattine, cartoni per bevande e altri imballaggi alimentari possono contenere sottili strati di materiali plastici che non sono immediatamente visibili al consumatore. Questi rivestimenti svolgono funzioni tecniche importanti, come proteggere il contenuto, impedire il contatto diretto con il metallo o rendere impermeabili i contenitori. Allo stesso tempo, la loro presenza pone questioni sul riciclo e ha contribuito ad alimentare l’attenzione verso le sostanze chimiche utilizzate nei materiali a contatto con gli alimenti

La plastica che non si vede negli imballaggi
Quando si pensa alla plastica utilizzata per gli alimenti e le bevande, l’attenzione si concentra generalmente su bottiglie, vaschette e confezioni realizzate con materiali polimerici. Esistono però anche imballaggi che a prima vista sembrano esserne privi.
È il caso, ad esempio, di alcune lattine, confezioni in cartone per bevande e pouch, nei quali sottili strati polimerici possono essere utilizzati come barriera interna. Il loro scopo è proteggere il prodotto e il materiale dell’imballaggio, contribuendo alla conservazione e alla resistenza del contenitore.
Il fenomeno è stato recentemente analizzato da FoodNavigator, che ha definito queste componenti “hidden plastics”, cioè plastiche nascoste. Secondo l’articolo, nei cartoni per bevande refrigerati o a lunga conservazione la componente in polietilene può arrivare, in media, al 20-22% del peso dell’imballaggio, sulla base dei dati citati dal Carton Council of Canada.
Questo dato va tuttavia interpretato nel contesto specifico dei materiali compositi: non significa che ogni confezione in cartone contenga la stessa quantità di plastica né che la componente polimerica sia necessariamente destinata a entrare in contatto con il prodotto.
Perché vengono utilizzati gli strati polimerici
L’utilizzo di questi materiali risponde soprattutto a esigenze funzionali.
Nelle confezioni in cartone destinate alle bevande, per esempio, le barriere interne contribuiscono a impedire il passaggio dei liquidi e a proteggere il contenuto. Nelle lattine, invece, il rivestimento interno separa il prodotto dal metallo e contribuisce a prevenire fenomeni di corrosione e alterazioni del contenuto.
La sostituzione di questi strati non è quindi un’operazione semplice. Un materiale alternativo deve garantire contemporaneamente sicurezza per il contatto alimentare, resistenza al prodotto contenuto, stabilità durante i trattamenti industriali, impermeabilità, adesione al supporto e assenza di alterazioni di gusto o odore.
FoodNavigator evidenzia proprio questa complessità, riportando le valutazioni degli operatori del settore secondo cui lo sviluppo e la validazione di nuove barriere possono richiedere diversi anni.
BPA e materiali a contatto con gli alimenti
Una delle questioni più rilevanti riguarda le sostanze utilizzate in alcuni rivestimenti e, in particolare, il bisfenolo A (BPA).
Nel 2023 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha pubblicato una nuova valutazione del rischio relativo all’esposizione alimentare al BPA. L’Autorità ha fissato una nuova dose giornaliera tollerabile (DGT) di 0,2 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno, circa 20.000 volte inferiore rispetto al precedente valore temporaneo di 4 microgrammi per chilogrammo. Secondo EFSA, le stime di esposizione utilizzate nella valutazione indicavano livelli superiori alla nuova soglia e un possibile motivo di preoccupazione per la salute in tutte le fasce d’età.
Successivamente, nel dicembre 2024, la Commissione europea ha adottato il divieto del BPA nei materiali destinati al contatto con gli alimenti. La misura riguarda, tra gli altri prodotti, anche i rivestimenti utilizzati all’interno delle lattine metalliche. La normativa prevede periodi transitori per consentire al settore di adeguarsi e contempla alcune eccezioni limitate nei casi in cui non siano ancora disponibili alternative adeguate.
È quindi importante distinguere tra due questioni: la presenza di polimeri negli imballaggi e la sicurezza delle singole sostanze impiegate nella loro produzione. La presenza di uno strato plastico non significa automaticamente che l’imballaggio sia pericoloso per la salute. La sicurezza dei materiali a contatto con gli alimenti viene valutata sulla base delle sostanze e delle condizioni d’uso previste dalla normativa.
L’esposizione al BPA nella popolazione europea
Il tema dell’esposizione al BPA è stato esaminato anche attraverso studi di biomonitoraggio.
L’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) ha analizzato i dati raccolti nell’ambito del progetto HBM4EU, che ha misurato la presenza di BPA nelle urine di 2.756 adulti provenienti da 11 Paesi europei. L’EEA ha rilevato che la percentuale di partecipanti con valori superiori al valore guida di biomonitoraggio variava dal 71% al 100% nei diversi Paesi considerati.
Il dato non permette, però, di attribuire l’esposizione esclusivamente agli imballaggi alimentari. Il biomonitoraggio misura infatti l’esposizione complessiva alla sostanza proveniente da diverse fonti.
L’EEA sottolinea comunque che l’esposizione della popolazione europea al BPA resta un tema di potenziale preoccupazione sanitaria, mentre l’EFSA ha utilizzato le proprie valutazioni scientifiche come base per le successive decisioni regolatorie dell’Unione europea.
Il problema delle alternative ai bisfenoli
Il superamento del BPA non risolve automaticamente il problema della sostituzione dei materiali utilizzati negli imballaggi.
Nel tempo sono stati utilizzati anche altri bisfenoli, tra cui BPS e BPF. L’EEA segnala che alcune di queste sostanze presentano caratteristiche che hanno sollevato analoghe preoccupazioni e parla, in questo contesto, del rischio di “sostituzioni problematiche”.
La ricerca si sta quindi spostando anche verso materiali differenti dai tradizionali rivestimenti polimerici. L’obiettivo è trovare barriere che possano garantire le stesse prestazioni tecniche riducendo, dove possibile, l’impiego di polimeri di origine fossile o di sostanze oggetto di particolare attenzione normativa.
Tetra Pak e le barriere a base di carta
Tra gli sviluppi più recenti c’è quello annunciato da Tetra Pak per il packaging dei succhi di frutta realizzato insieme a García Carrión.
La soluzione utilizza una barriera a base di carta associata a polimeri di origine vegetale. Secondo i dati forniti dall’azienda, il materiale raggiunge il 92% di contenuto rinnovabile e consente una riduzione del 43% dell’impronta di carbonio rispetto a una confezione asettica con strato di alluminio e polimeri di origine fossile. I valori sono stati verificati dal Carbon Trust.
Si tratta, però, di un approccio che non elimina completamente la componente plastica. Il caso mostra piuttosto come la ricerca stia puntando a ridurre il ricorso a materiali fossili e a modificare la struttura degli imballaggi mantenendone le caratteristiche necessarie per la conservazione degli alimenti.
Le soluzioni a base di alghe
Un’altra strada è quella dei biomateriali ottenuti da fonti naturali.
La società britannica Notpla ha sviluppato, per esempio, Ooho, una membrana realizzata a base di alghe destinata a contenere liquidi e altri prodotti in piccole quantità. Secondo l’azienda, il materiale è biodegradabile ed edibile e viene utilizzato per applicazioni come bevande, salse e gel.
Si tratta di una tecnologia con caratteristiche molto diverse rispetto agli imballaggi tradizionali e, proprio per questo, non rappresenta necessariamente una sostituzione diretta di lattine o cartoni per bevande. Il suo interesse risiede soprattutto nella possibilità di utilizzare materiali naturali in specifiche applicazioni monouso.
Bottiglie in fibra e cellulosa
Un ulteriore filone di ricerca riguarda le bottiglie a base di fibre e cellulosa. In questo ambito sono state sviluppate soluzioni che puntano a sostituire progressivamente le bottiglie convenzionali in plastica con contenitori a prevalenza fibrosa.
Anche in questo caso, tuttavia, il passaggio verso un packaging completamente privo di polimeri rimane complesso. Per ottenere contenitori impermeabili e compatibili con prodotti differenti è infatti necessario risolvere il problema della barriera, che costituisce uno degli ostacoli principali allo sviluppo di imballaggi interamente a base di fibre.
Il settore sta quindi procedendo attraverso soluzioni differenti: dalla riduzione della quantità di plastica all’utilizzo di polimeri di origine biologica, fino alla ricerca di materiali completamente diversi.
Verso un packaging senza plastica?
La presenza di plastiche poco visibili negli imballaggi alimentari evidenzia una delle difficoltà della transizione verso sistemi di confezionamento più sostenibili: non basta sostituire un materiale con un altro, perché il packaging deve continuare a garantire sicurezza alimentare, conservazione, resistenza e compatibilità con i processi industriali e di riciclo.
La normativa europea sul BPA rappresenta un esempio di come le valutazioni scientifiche possano tradursi in nuove restrizioni per i materiali a contatto con gli alimenti. Parallelamente, aziende e centri di ricerca stanno sperimentando barriere a base di carta, fibre, materiali vegetali e biomateriali derivati dalle alghe.
La cosiddetta “plastica nascosta” negli imballaggi alimentari è un fenomeno meno evidente rispetto a quello delle bottiglie o delle confezioni interamente in plastica, ma tecnicamente rilevante. Lattine, cartoni e altri contenitori compositi possono infatti utilizzare sottili strati polimerici con funzioni di barriera e protezione.
Sul piano sanitario, il caso del BPA dimostra invece la necessità di distinguere tra materiale utilizzato nell’imballaggio e sostanza specifica a cui può essere associato un rischio. Le valutazioni dell’EFSA e le successive decisioni della Commissione europea hanno portato a un progressivo rafforzamento delle restrizioni sul BPA.
Le alternative sono in fase di sviluppo, ma il passaggio a un packaging completamente plastic-free non è ancora generalizzato. Le soluzioni oggi disponibili mostrano soprattutto una direzione di ricerca: ridurre l’impiego di polimeri di origine fossile e sviluppare materiali capaci di svolgere le stesse funzioni con un diverso profilo ambientale e, nel rispetto delle norme, di sicurezza.
Fonti principali
- EFSA – Valutazione del rischio del bisfenolo A
- Commissione europea – Divieto del BPA nei materiali a contatto con gli alimenti
- Agenzia europea dell’ambiente – Esposizione al BPA in Europa
- FoodNavigator – Hidden plastics: tackling the drinks packaging problem
- UNEP – Survey on plastic waste
- Tetra Pak – Paper-based barrier for juice packaging
- Notpla – Ooho



